mercoledì 14 maggio 2014

L'Amore in psicoterapia.

Ne parlano tutti. Almeno qualche volta, ognuno di noi ne ha parlato. Con leggerezza, con garbo, oppure grossolanamente, saccheggiando luoghi comuni o, al contrario, con un'attenzione speciale alle altre parole ed ai modi, a volte maledicendolo, a volte benedicendolo. Ne facciamo occasioni di confronto speciali con persone speciali ma più spesso infiliamo considerazioni già abbozzate da non si sa bene chi per concludere con affermazioni altrettanto inutilmente scontate.

L'argomento è: l'Amore.
Una parola tanto usata quanto ancora misteriosa. Se ci fate caso, di solito, quanto più una parola è nota e pronunciata, tanto più perde di potere. La sua forza, la sua energia, si inflaziona. Quanto più ripetiamo un dato termine, tanto più finiamo per affievolirne l'impatto ed abituarci al suo suono, dimenticando parti importanti dei significati più profondi cui allude. Questo è vero per la stragrande maggioranza delle parole ma non per questa in particolare. Amore rimane una parola potente nonostante l'abuso che ne facciamo.



Al pari di pochissime altre. Mi vengono in mente: Vita, Morte, Dio, Mamma, Papà. Forse ce ne sono altre ancora ma queste emergono immediatamente alla mia coscienza e, non a caso, sono strettamente imparentate, sorelle, della parola amore. Come detto non è certo raro l'uso di questa parola alla stregua di un feticcio ormai degradato a orsacchiotto, a pupazzetto virtuale da sbandierare come un emoticon su qualunque comunicazione pubblica o chat. Ma rimane inconfutabile l'imbarazzo, quasi il disagio, che a volte proviamo a fronte di questa stessa parola. Probabilmente è proprio uno dei motivi per cui viene utilizzata così frequentemente. Come a tentare di disinnescarne il potenziale imbarazzante. Ma quando ci troviamo a tu per tu con quel sentimento o con le sue avvisaglie, allora succede qualcosa di strano, inatteso, impensabile. Succede che proviamo paura. Ora, qualcuno (forse di più), penserà che questa è una gran sciocchezza, che, anzi, l'amore è gioia, felicità, compiutezza e, probabilmente, i miei sono solo discorsi da chi è ormai abituato da anni a gestire i disturbi psichici delle persone. Non dico che l'amore non sia tutte queste belle cose (ed anche altre). Noto, però, che questa grande (presunta) familiarità con l'amore da parte del genere umano sia più sbandierata che sostanziale ed autentica. Basti pensare a quanto si protrae nel tempo questo sentimento che ci riempie il cuore di gioia. Come la felicità, appunto, dura sempre troppo poco. 

Ma prima di dedicarmi a ciò di cui mi interessava scrivere (ovvero dei suoi rapporti con la psicoterapia) sarà necessario sintetizzare cosa sia questo Amore.
Inizierò col proporre una distinzione semplice quanto sottovalutata se non addirittura ignorata. Quando parliamo d'amore ci riferiamo ad un territorio del sentire che pertiene, quindi, ai sentimenti, all'ambito degli affetti, che è fatto della "materia" delle emozioni. Non ci si riferisce al rapporto. Il rapporto, inteso come relazione che intercorre fra due (o più) individui non è il sentimento. Al di là della "tradizione" che vede il costituirsi delle coppie attraverso un sentimento d'amore reciproco (o qualunque cosa sia stata intesa per esso), il formarsi e la gestione della relazione conseguente, con modalità e prassi che contengono regole esplicite ed implicite, non ha a che vedere se non indirettamente col sentimento "scatenante". Per la verità lo sappiamo tutti quando ci rendiamo conto di non essere corrisposti! Non è necessario essere in due per amare. L'amore, potremmo dire, è un fenomeno a carattere spontaneo e univoco per cui un individuo, ad un certo punto, viene come "attraversato" da un'energia che egli (di norma) indirizza su un altro essere umano. La definisco genericamente energia perché meglio non saprei dire ma anche per proporre l'immagine che segue. L'energia ha un carattere universale e non individuale (non siamo noi come entità singole a produrre l'amore) e potremmo paragonarla all'energia elettrica nei confronti della quale possiamo essere soltanto buoni o cattivi conduttori. In effetti la capacità di "trattenere" l'amore in sé o, se si vuole, di mantenere una buona capacità di convogliarlo verso qualcun altro è desolantemente scarsa. Mi riferisco alla fase autentica dell'amore, quella in cui vi è solo spazio per la propria gioia spontanea ed il bene dell'altro. Questa fase, nella nostra cultura analitico-anatomista e autoptica (che fa, cioè, conoscenza dissezionando cadaveri), è spesso definita innamoramento e qualche volta associata ad una sorta di "demenza" piacevole (in) quanto passeggera! Seguirà poi (anche secondo alcuni "manuali" pervenutici negli ultimi anni) il momento dell'amore vero e proprio (clamorosamente confuso con una fase della relazione stabile) che dovrebbe rassicurarci, sostanzialmente, del fatto che sia normale non essere più così generosamente e inconsultamente propensi al bene del nostro partner e tanto meno attratti come i primissimi tempi. 

Non trovo alcuna affinità nell'analisi quasi "lombrosiana" dell'amore prodotta in questo genere di testi che cercavano, mi pare, la notorietà e l'incenso pubblico praticando la più semplice delle discipline: spiegare a tutti ciò che tutti già pensano di conoscere così da ricevere plausi e riconoscimenti da un pubblico soddisfatto nel riscontare sui libri le proprie convinzioni. Ovviamente questo è un ottimo modo per fare marketing e vendere libri, ammesso che quelli messi in circolazione con questo metodo siano poi veri libri. Ma al di là delle mie velleitarie polemiche con un certo tipo di mondo ciò che importa è che io non condivido affatto questa descrizione dei sentimenti e dell'amore. 

Per quanto mi riguarda preferisco una visione dell'amore, se vogliamo, più orientale, certamente più universale. Preferisco, come dicevo, definire l'amore come una sorta di energia che in qualche fortunata occasione ci attraversa portandoci, in quei momenti, in prossimità del divino, rendendoci simili a Dio, per dirla tutta intera: rendendoci divini e (come tali, anche) immortali. Vi sembra troppo? Vi pare un'esagerazione? Se avete provato quel sentimento per un solo istante sapete che non esagero. Ma il problema è che questo stato dura veramente poco. Non essendo noi Gesù Cristo o Buddha, di cui si dice fossero capaci di provare questi sentimenti non solo verso tutti (e non per una sola persona) ma anche quasi indefinitamente, ci troviamo a fare prestissimo i conti con ciò che io definisco potere. Aggiungo solo, a questo proposito, che non è certo un caso se il figlio di Dio incarnato (nella "nostra" tradizione cristiano-cattolica) si presenta al mondo come il guaritore per eccellenza!
Anche secondo Jung ed Hillman, fra gli altri, potere sta all'opposto di amore. Non mi dilungherò qui in spiegazioni più approfondite. Ci basti pensare agli egoismi, i bisogni e le dipendenze che presto contaminano il nostro affetto originario. Dopo quanto tempo, da quando abbiamo sentito un profondo e ineludibile trasporto nei confronti di una persona, iniziamo a chiederci cosa questa farà nei nostri confronti, se ci riamerà dell'amore che le abbiamo dato e ricambierà i nostri sforzi e desideri? In quell'istante quell'amore puro, autentico, universale che ci attraversava come una sorgente d'acqua purissima è già inquinato.

Tutto ciò ha a che vedere anche con l'argomento che desidero svolgere: l'Amore in psicoterapia. Fatte salve le necessarie, per quanto sintetiche, premesse sopra esposte, la parola amore coniugata a psicoterapia solleva ancora non pochi imbarazzi. Una disciplina accorta come la Psicoanalisi ha coniato addirittura un termine specifico per alcune di queste evenienze (evidentemente più che possibili) ma che non suonasse così dirompente. L'ha chiamato transfert (e contro-transfert).
Cosa ci impedisce di parlare tranquillamente d'amore in psicoterapia? Ovviamente il problema non risiede nel parlare dei propri sentimenti al terapeuta rispetto ad un partner od un amante. Il problema sorge quando i sentimenti d'amore sono diretti al terapeuta o quando, ovviamente, il terapeuta prova sentimenti nei confronti del paziente. 
Non dovrebbe esser un problema, in realtà. Per quanto si possa essere abili conoscitori di tecniche e metodologie psicoterapeutiche non saremmo degli onesti terapeuti se non sapessimo che l'unica forza in grado di cambiare qualcuno o qualcosa risiede nell'amore. I detrattori potranno pensare (ancora) che sia paradossale parlare d'amore in un contesto che prevede un rapporto concordato previo pagamento di una tariffa (non bassa). 
Non posso certo escludere che vi siano ben altri tipi di "amore" a sollecitare l'operato di alcuni colleghi: l'amore per i soldi, appunto, o per il potere sulle persone, per la notorietà o la stima sociale e chissà cos'altro! Ovviamente questi "amori" sono inautentici ma decisamente soverchiati dalla brama di potere nelle sue infinite forme. Tuttavia quando mi trovo solo con me stesso o quando sono con un mio paziente mi risulta evidente quanto solo l'amore possa dare senso alla mia e all'altrui vita. 
Parlo di amori imperfetti, differenti l'uno dall'altro, incerti a volte, a volte timorosi, a volte lievi a volte intensi. Parlo di tentativi incessanti più che di riuscite sicure, di insicurezze frustranti più che di certezze assolute. Parlo del linguaggio dell'Anima, non dei pensieri della mente. In questi passaggi, in questi tentativi di dialogo con la propria essenza, in questo ascoltarsi e sentirsi, invece che parlare e attendere risposte dall'altro, risiede il segreto indicibile della relazione psicoterapeutica, in cui prendersi cura di Psiche è il compito del terapeuta e, come racconta la bellissima favola di Apuleio «Eros e Psiche», p farlo soltanto divenendo come il Dio dell'Amore, l'Amore stesso.
Roberto Pinetti

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