martedì 7 giugno 2016

La casa abbandonata (da: "La casa nei sogni" in «Psicologia dell'abitazione» di Roberto Pinetti)

Lara ha 55 anni e si sente molto depressa. Dopo trent'anni la fine di una relazione ha "svuotato" la sua vita, mi dice. Lui era sposato, aveva famiglia in un'altra città. Per tutti quegli anni ha portato avanti una doppia vita: una doppia esistenza in cui Lara era la sua convivente per pochi giorni la settimana e, per il resto del tempo, lo stava ad aspettare. Lei fin dall'inizio ha smesso di andare a messa, pur rimanendo credente, perché "non (se ne sentiva) più degna". Ora lui, gravemente ammalato, si è riconsegnato, a tempo pieno, alle cure della famiglia e l'ha lasciata sola. Lara mi racconta un sogno ricorrente. Si trova in una casa, sempre la stessa. É piena di polvere e di ragnatele. Non la sente sua, vi si sente a disagio e i mobili sono "intoccabili", osserva, per via della quantità di polvere che li ricopre. Si tratta di uno spaccato della sua esistenza. Una casa, la vita, ormai vecchia e abbandonata (la polvere e le ragnatele) che non sente propria. Il primo istinto, guardando le immagini del sogno, sarebbe quello di evocare la depressione: una comprensibile depressione reattiva (cioè derivata da cause esterne obiettive) scatenata dalla penosa situazione dell’improvviso abbandono dopo tanti anni. Certo non si tratterebbe di un’osservazione fuori luogo ma io credo, invece, che quei simboli onirici rimandino, ancor più chiaramente, alla descrizione di una dimensione interiore abbandonata da molto tempo, non certo dal momento in cui Lara viene lasciata e nemmeno riferita a quell’uomo in particolare. L’abbandono al quale io mi riferisco è assai più grave di qualunque altro perché si tratta di quello che Lara ha imposto a se stessa. Vivere come se non si fosse degni dell’amore più pieno e totale, come se ci si dovesse accontentare degli avanzi delle altrui vite, anche se a volte mascherate e confuse nella passione, questo è il grave tradimento che, a volte, rischiamo di compiere verso noi stessi. Ma tutto ciò non deriva dalla mancanza d’amore degli altri nei nostri confronti. Questa è l’interpretazione, vittimistica e paralizzante, che spesso mi sono trovato ad ascoltare nelle persone che si sentono ormai deluse dalla vita. Vittimistica perché mette, chi l’adotti, nell’atteggiamento di aspettarsi che sia qualcun altro a doversi muovere, qualcuno in grado di amarci per davvero, qualcuno di cui poterci fidare completamente, qualcuno che ci dia ciò che ci manca. Tutto ciò ci precipita nella passività, convinti come siamo che sia il mondo la fuori a procurarci l’infelicità non fornendoci l’antidoto che ci necessita. Così ragionando ci condanniamo alla paralisi dell’inerzia e della sterilità. La casa del sogno di Lara, la sua anima, non è scura, polverosa e piena di ragnatele per colpa di qualcun altro ma proprio perché, non sentendola sua, non ne ha mai avuto cura e, così facendo, l’ha lasciata nel più assoluto abbandono. Amare è un’operazione assolutamente attiva. Amiamo la vita se amiamo la nostra vita. Possiamo essere amati solo se corriamo il rischio di amare senza reticenze e condizioni. Così come la fiducia, l’amore è qualcosa che dobbiamo concedere a priori, senza alcuna rassicurazione circa gli esiti che ne scaturiranno. In caso contrario, avremo senz’altro la possibilità di avere una o più relazioni, queste saranno basate sul potere, il bisogno, l’egoismo, materiali assai abbondanti nella vita di ognuno, ma non sull’amore autentico. Ma, allora, se dipende solo da me amare, come posso essere certo che sarò riamato? Ho ascoltato spessissimo questa obiezione e debbo dire che, ancora, a volte, dopo tanto tempo, scatena in me una certa frustrazione. Il fatto è che non esiste alcuna certezza in grado di minimizzare il rischio. Vivere pienamente, amare autenticamente, prevedono il medesimo investimento che deriva dal compiere un atto eroico: non vi possono essere rassicurazioni preventive. Come i miti raccontano, l’eroe è colui che affronta l’ignoto che tutti spaventa. Quale eroismo vi sarebbe mai nel sapere già d’uscire vincitore da un’avventura prima di iniziarla? L’amore è l’avventura che rende significativa la vita. È come un grande labirinto entro cui è necessario perdersi per poter giungere fino al suo centro, nel suo cuore. Non potremmo inoltrarci in esso con la pretesa di non perdere di vista l’entrata. Come nel labirinto ci ritroviamo soli, così l’incontro ineludibile nell’amore è quello con noi stessi. Noi siamo la nostra vita. Essa coincide con il nostro corpo in quanto l'espressione più diretta e visibile della nostra anima. Allo stesso modo l’abitazione, nel sogno e nella realtà, la rappresenta compiutamente. Bisogna, quindi, aver molta cura della propria casa: tenerla pulita, ordinata, accogliente così da potervi stare nel miglior modo possibile e far sì che sia pronta, in ogni momento, a ricevere la visita di chi ci potrà amare. Lara ha compiuto, si, un terribile "peccato" lungo gran parte della sua esistenza. Non si tratta, però, come i suoi sensi di colpa le dettano, dell’essere stata, per trent’anni, l’amante di un uomo sposato. Ma del non essersi presa sufficientemente cura della propria anima, la casa del sogno, che ora le si mostra in tutta la sua deprivazione e spettralità. Non essendosi presa amorevolmente cura della propria casa–interiorità, su di essa si è depositata la polvere dell’abbandono e dell’infelicità. In essa dominano le ragnatele che imprigionano e uccidono i desideri, la libertà e la gioia di vivere.

Roberto Pinetti

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