Psico..Terapia

Psicologia  e Psicoterapia



  1. Distinguere fra: Psicologia, Psicoterapia, Psichiatria, Psicoanalisi.
  2. L'amore in psicoterapia.
  3. Non aspettare che il frutto marcisca.



1) "..innanzi tutto puo spiegarmi la differenza tra psicologo psichiatra psicoterapeuta!? grazie mille"

Colgo l'occasione di questa richiesta inviatami su facebook per proporre a chiunque fosse interessato la risposta.
Partiamo dallo psichiatra.
Si tratta di un medico specializzato, appunto, in psichiatria (al pari di cardiologia, nefrologia, ortopedia.. o qualunque altra specializzazione medica).
La psichiatria tratta la malattia psichica come le altre malattie, con farmaci e altri interventi "sull'organo malato" che, in questo caso, sarebbe il s.n.c. (sistema nervoso centrale). Entro le pratiche psichiatriche attuali si colloca (ancora) la terapia elettroconvulsiva detta comunemente elettroshock.
Qui non entro in polemica e.. vado avanti..
Lo psicologo è un dottore laureato in psicologia, disciplina multiforme (anche qui si aprirebbero spunti polemici..) ma che, di fatto, si pone come conoscitore della materia e di una od alcune delle sue (tante) applicazioni o settori
(psicologia dell'età evolutiva, sociale, clinica, del lavoro ecc..). Attualmente per essere dichiarato Psicologo il dottore con laurea di 5 anni deve fare un tirocinio post-laurea di un anno e infine superare l'esame di Stato.
(Fatto questo è poco-niente, sa poco-niente ma.. è un altro discorso!)
Lo psicoterapeuta è, invece, uno Psicologo od un Medico (debitamente iscritto al proprio Ordine di appartenenza) con una specializzazione (della durata minima di 4 anni e con vari requisiti) che lo abiliterà alla pratica della psicoterapia.
La psicoterapia è una pratica originata dalla Psicoanalisi di Sigmund Freud, che utilizza il colloquio verbale e la relazione come metodo di cura (detto in breve).
Oggi vi sono moltissimi tipi di psicoterapia anche molto lontani dall'approccio psicoanalitico, per cui si può dire che le psicoanalisi (vi sono differenti "Scuole") fanno parte delle varie tecniche psicoterapeutiche (anche se ne sono state la matrice originaria).
La confusione fra i ruoli si pone quando un individuo assomma in sé vari titoli.
Ad esempio può accadere che un psichiatra divenga anche psicoanalista (oppure, in generale, psicoterapeuta). In tal caso sarà medico, psichiatra e psicoterapeuta (ma non psicologo).
Spero di essere stato sufficientemente chiaro anche se, necessariamente, non totalmente esaustivo, dato che mi sono riferito agli spetti salienti della questione.

Roberto Pinetti



2) L'amore in psicoterapia.


Ne parlano tutti. Almeno qualche volta ognuno di noi ne ha parlato. Con leggerezza, con garbo oppure grossolanamente, saccheggiando luoghi comuni o, al contrario, con un'attenzione speciale alle altre parole ed ai modi, a volte maledicendolo, a volte benedicendolo. Ne facciamo occasioni di confronto speciali con persone speciali ma più spesso infiliamo considerazioni già abbozzate da non si sa bene chi per concludere con affermazioni altrettanto inutilmente scontate.

L'argomento è: l'Amore.
Una parola tanto usata quanto ancora misteriosa. Se ci fate caso, di solito, quanto più una parola è nota e pronunciata, tanto più perde di potere. La sua forza, la sua energia, si inflaziona. Quanto più ripetiamo un dato termine, tanto più finiamo per affievolirne l'impatto ed abituarci al suo suono, dimenticando parti importanti dei significati più profondi cui allude. Questo è vero per la stragrande maggioranza delle parole ma non per questa in particolare. "Amore" rimane una parola potente nonostante l'abuso che ne facciamo. Al pari di pochissime altre, ritengo. Mi vengono in mente: Vita, Morte, Dio, Mamma, Papà. Forse ce ne sono altre ancora ma queste emergono immediatamente alla mia coscienza e, non a caso, sono strettamente imparentate, sorelle, della parola amore.

Come detto non è certo raro l'uso di questa parola alla stregua di un feticcio ormai degradato a orsacchiotto, a pupazzetto virtuale da sbandierare come un emoticon su qualunque comunicazione pubblica o chat! Ma rimane inconfutabile l'imbarazzo, quasi il disagio, che a volte proviamo a fronte di questa stessa parola. Probabilmente è proprio uno dei motivi per cui viene utilizzata così frequentemente. Come a tentare di disinnescarne il potenziale imbarazzante. Ma quando ci troviamo a tu per tu con quel sentimento o con le sue avvisaglie, allora succede qualcosa di strano, inatteso, impensabile. Succede che proviamo paura. Ora, qualcuno (forse di più), penserà che questa è una gran sciocchezza, che, anzi, l'amore è gioia, felicità, compiutezza e, probabilmente, i miei sono solo discorsi da chi è ormai abituato da anni a gestire i disturbi psichici delle persone. Io non dico che l'amore non sia tutte queste belle cose (ed anche altre). Noto, però, che questa grande (presunta) familiarità con l'amore da parte del genere umano sia più sbandierata che sostanziale ed autentica. Basti pensare a quanto si protrae nel tempo questo sentimento che ci riempie il cuore di gioia. Come la felicità, appunto, dura sempre troppo poco. 

Ma prima di dedicarmi a ciò di cui mi interessava scrivere (la psicoterapia) sarà necessario sintetizzare cosa sia questo "Amore".
Inizierò col proporre una distinzione semplice quanto sottovalutata se non addirittura ignorata anche da qualche mio collega. Quando parliamo d'amore ci riferiamo ad un territorio del "sentire" che pertiene, quindi, ai sentimenti, all'ambito degli affetti eventualmente alla materia delle emozioni. Non ci si riferisce al rapporto. Il rapporto, inteso come relazione che intercorre fra due (o più) individui non è il sentimento. Al di là della tradizione che vede il costituirsi delle coppie attraverso un sentimento d'amore reciproco (o qualunque cosa sia stata intesa per esso), il formarsi e la gestione della relazione conseguente, con modalità e prassi che contengono regole esplicite ed implicite, non ha a che vedere se non indirettamente col sentimento "scatenante". Per la verità lo sappiamo tutti quando ci rendiamo conto di non essere corrisposti! Non è necessario essere in due per amare. L'amore, potremmo dire, è un fenomeno a carattere spontaneo e univoco per cui un individuo, ad un certo punto, viene come "attraversato" da un'energia che egli (di norma) indirizza su un altro essere umano. La definisco genericamente "energia" perché meglio non saprei dire ma anche per proporre l'immagine che segue. L'energia ha un carattere universale e non individuale (non siamo noi come entità singole a produrre l'amore) e potremmo paragonarla all'energia elettrica nei confronti della quale noi umani siamo soltanto buoni o cattivi conduttori. In effetti la capacità di "trattenere" l'amore in sé o, se si vuole, di mantenere una buona conduttività (indirizzandolo verso qualcun altro) è desolantemente scarsa. Mi riferisco alla fase "autentica" dell'amore, quella in cui vi è solo spazio per la propria gioia spontanea ed il bene dell'altro. Questa fase, nella nostra cultura analitico-anatomista e autoptica (che fa, cioè, conoscenza dissezionando cadaveri), è spesso definita "innamoramento" e qualche volta associata ad una sorta di "demenza" piacevole (in) quanto passeggera! Seguirà poi (anche secondo alcuni "manuali" pervenutici negli ultimi anni) il momento dell'amore vero e proprio (clamorosamente confuso con una fase della relazione stabile) che dovrebbe rassicurarci, sostanzialmente, del fatto che sia normale non essere più così generosamente e inconsultamente propensi al bene del nostro partner e tanto meno attratti come i primissimi tempi. 

Non trovo alcuna affinità nell'analisi quasi "lombrosiana" dell'amore prodotta in questo genere di testi che cercavano, mi pare, la notorietà e l'incenso pubblico praticando la più semplice delle discipline: spiegare a tutti ciò che tutti già pensano di conoscere così da ricevere plausi e riconoscimenti da un pubblico soddisfatto nel riscontare sui libri le proprie convinzioni. Ovviamente questo è un ottimo modo per fare marketing e vendere libri, ammesso che quelli messi in circolazione con questo metodo siano poi veri libri. Ma al di là delle mie velleitarie polemiche con un certo tipo di mondo ciò che importa è che io non condivido affatto questa descrizione dei sentimenti e dell'amore. 

Per quanto mi riguarda preferisco una visione dell'amore, se vogliamo, più orientale, certamente più universale! Preferisco definire l'amore come una sorta di energia che in qualche fortunata occasione ci attraversa portandoci, in quei momenti, in prossimità del divino, rendendoci simili a Dio, per dirla tutta intera: rendendoci divini e (come tali, anche) immortali! Vi sembra troppo? Vi pare un'esagerazione? Se avete provato quel sentimento per un solo istante sapete che non esagero. Ma il problema è che questo stato dura veramente poco. Non essendo noi Gesù Cristo o Buddha, di cui si dice fossero capaci di provare questi sentimenti non solo verso tutti (e non per una sola persona) ma anche quasi indefinitamente, ci troviamo a fare prestissimo i conti con ciò che io definisco "potere". Aggiungo solo, a questo proposito, che non è certo un caso se "il figlio di Dio incarnato" (nella "nostra" tradizione cristiano-cattolica) si presenta al mondo come il "guaritore" per eccellenza!
Secondo Jung ed Hillman "potere" sta all'opposto di "amore". Non mi dilungherò qui in spiegazioni. Ci basti pensare agli egoismi, i bisogni e le dipendenze che presto contaminano il nostro affetto originario. Dopo quanto tempo da quando abbiamo sentito un profondo e ineludibile trasporto nei confronti di una persona iniziamo a chiederci cosa questa farà nei nostri confronti, se ci riamerà dell'amore che le abbiamo dato e ricambierà i nostri sforzi e desideri? In quell'istante quell'amore puro, autentico, universale che ci attraversava come una sorgente d'acqua purissima è già inquinato.

Tutto ciò ha a che vedere anche con l'argomento che desidero svolgere: l'Amore in psicoterapia. Fatte salve le necessarie, per quanto sintetiche, premesse sopra esposte, la parola Amore coniugata a psicoterapia solleva ancora non pochi imbarazzi. Una disciplina accorta come la Psicoanalisi ha coniato addirittura un termine specifico per alcune di queste evenienze (evidentemente più che possibili) ma che non suonasse così dirompente. L'ha chiamato "transfert" (e contro-transfert).
Cosa ci impedisce di parlare tranquillamente d'amore in psicoterapia? Ovviamente il problema non risiede nel parlare dei propri sentimenti al terapeuta rispetto ad un partner od un amante. Il problema sorge quando i sentimenti d'amore sono diretti «al» terapeuta e quando, ovviamente, il terapeuta prova sentimenti nei confronti del paziente. 
Non dovrebbe esser un problema, in realtà. Per quanto si possa essere abili conoscitori di tecniche e metodologie psicoterapeutiche non saremmo degli onesti terapeuti se non sapessimo che l'unica forza in grado di cambiare qualcuno o qualcosa risiede nell'amore. I detrattori potranno pensare (ancora) che sia paradossale parlare d'amore in un contesto che prevede un rapporto concordato previo pagamento di una tariffa (non bassa). 
Non posso certo escludere che vi siano ben altri tipi di "amore" a sollecitare l'operato di alcuni colleghi: l'amore per i soldi, appunto, o per il potere sulle persone, per la notorietà o la stima sociale e chissà cos'altro! Ovviamente questi "amori" sono inautentici e decisamente soverchiati dalla brama di potere nelle sue infinite forme. Tuttavia quando mi trovo solo con me stesso o quando sono con un mio paziente mi risulta evidente quanto solo l'amore possa dare senso alla mia e all'altrui vita. 
Parlo di amori imperfetti, differenti l'uno dall'altro, incerti a volte, a volte timorosi, a volte lievi a volte intensi. Parlo di tentativi incessanti più che di riuscite sicure, di insicurezze frustranti più che di certezze assolute. Parlo del linguaggio dell'Anima, non dei pensieri della mente. In questi passaggi, in questi tentativi di dialogo con la propria essenza, in questo ascoltarsi e "sentirsi" invece che parlare e attendere risposte dall'altro, risiede il segreto indicibile della relazione psicoterapeutica, in cui "aver cura di Psiche"è il mio compito e, come racconta la bellissima favola di Apuleio su Eros e Psiche, è appunto il Dio dell'Amore, Amore stesso, che deve prendersi cura di Psiche.

Roberto Pinetti





3) Non aspettare che il frutto marcisca.

Si, lo so, è un'espressione, quella del titolo, poco accattivante. Parlare di marcio o marciume non è bello, pare poco elegante, evoca immagini spiacevoli. Eppure l'immagine del frutto coi suoi tempi di crescita, sviluppo, maturazione (e decomposizione) è quella che mi si è presentata più nitidamente.
C'è poi questa (per me) odiosa tendenza ad edulcorare ogni cosa. La necessità di mediare con le parole per non dire verità insopportabili a chi ci ascolta. O, meglio: a chi ci potrebbe ascoltare. Ma sappiamo ormai quanto sia difficile farlo veramente.
Tutti vogliono essere ascoltati, tutti hanno bisogno dell'attenzione altrui ma ben pochi sono in grado di porsi autenticamente in ascolto. Eppure non sto parlando di una stramba pratica proveniente da mondi lontani. Mi riferisco alla disponibilità di lasciarci attraversare da qualcosa che non sia quel "pacchetto preconfezionato" di pensieri che siamo soliti snocciolare credendo di "sfogarci" o, peggio, di dire delle cose "vere".
Inutile girarci troppo attorno. Per quanto possa risultare presuntuoso (immotivatamente), disturbante o prestare il fianco ad attacchi "intellettualoidiformi", la psicoterapia è essenzialmente: ricerca della verità.
Non sto dicendo che lo psicoterapeuta è detentore della verità! Attenzione! Ho parlato di "ricerca della verità". È ciò che terapeuta e paziente concordano di fare insieme, qualunque sia la "causa prima", il sintomo, il disagio, la motivazione specifica, che ha portato "lì" quel paziente.
Anche la parola paziente tende a non essere molto gradita, come spesso non lo è il prefisso psico o anche la parola terapia.
Non a caso sono fioriti nugoli di "operatori alternativi", spesso radunati sotto la parola counselor  che pare evocare meno il senso di malattia-patologia invece inevitabilmente sottesa nelle varie desinenze dello psi. Per questo dovremmo, forse, ringraziare la psichiatria ma il discorso si farebbe lungo e impervio e per ora lo accantono.
Altro discorso difficile sarebbe entrare nel merito delle competenze autentiche, dei presunti ambiti di applicazione alternativa e, in definitiva, della reale necessità della figura dell'operatore di counseling.
Difficile non per una mia mancanza di chiarezza d'idee al riguardo (dopo alcuni anni di elaborazione e osservazione) ma per le inevitabili "ipersensibilità" che andrei a toccare in molte persone. Di conseguenza necessiterei anche per questo argomento di uno spazio ad hoc. E non escludo di concedermelo in futuro.

Ma, restando in tema di verità, a proposito dei percorsi formativi del counseling vorrei limitarmi, ora, a sottolineare l'importanza del tempo. Qui inteso come percorso e opportunità di crescita (proprio come nella metafora dei frutti di cui sopra).
L'importanza di un percorso formativo per chi si occupi di psiche (anima), non di scienze del comportamento, non di mente intesa come ricettacolo di sole funzioni cognitive, memoria e pensieri, deriva anche dal tempo di maturazione dell'individuo.
Se nelle culture anglosassoni vi sono esempi persone capaci di laurearsi ancora bambini in discipline come matematica o fisica, nella psicologia (autentica) ciò sarebbe impossibile. Dovrebbe essere impossibile, proprio perché le acquisizioni inerenti la psiche prevedono una maturazione della persona nel suo insieme e non il solo accumulo di dati e informazioni, per quanto questi possano essere difficili e complessi!

Il fatto che (legalmente) uno psicoterapeuta debba seguire un corso specifico di (almeno) quattro anni dopo aver acquisito il titolo di medico o di psicologo è, in realtà, la barriera minima temporale che permette ad una persona di approssimarsi a questo bellissimo e difficile mestiere almeno in prossimità dei trentanni. Un'età, questa, (prescindendo per un momento da predisposizione e talento) assolutamente "minima" per accostarsi al mondo della psiche. Uno psicoterapeuta di trentanni è un bambino rispetto alla consapevolezza e la comprensione di sé che necessitano in questa attività. Ma ciò non significa che se si inizia a studiare a 40anni tutto sia più facile! Non lo penso affatto! C'è un tempo per ogni cosa. Un tempo di maturazione necessario e corrispondente ad ogni fase del nostro crescere su questa terra. Ci possono essere eccezioni. Ma spesso, anche nelle scelte di iniziare la formazione in età più matura, non è difficile scorgere problemi personali irrisolti e tentativi di dedicarsi a quelli degli agli altri come forme inconsapevoli di auto-terapia. Qualunque sia la motivazione personale che ci spinge ad occuparci della psiche e delle altre persone dobbiamo sapere che non sono ammesse scorciatoie. Cercare scorciatoie è una forma di per sé non etica. La psicologia è (di per sé) etica oppure non è psicologia e tutto ciò che ha a che vedere con l'anima è psicologia.

Ero partito dal frutto marcio e mi sono dilungato, invece, sul frutto maturo! Poiché scrivo di getto lo prendo come un suggerimento paradossale della mia anima. "Occupati di ciò che ha da maturare e non di ciò che degenera!" - Pare dirmi. Ma mi riporto all'argomento che mi ha spinto a scrivere.

Troppe persone, forse perché inibite dalle definizioni di cui ho detto prima, si recano dallo psicoterapeuta quando ormai l'acqua è alla gola.  Lo psicoterapeuta ha le competenze per dare consulenze su uno spettro ampissimo di problematiche personali. Non è necessario essere stati schiacciati da un problema per chiederne l'aiuto.  Proprio perché "non vediamo come un professionista possa aiutarci" dovremmo poter riconoscere che ci sono cose che non sappiamo o che ci sfuggono e modi di affrontare le nostre obiettive difficoltà differenti da quelli per noi abituali ma che continuano a farci stare male.

Non aspettare, quindi, che il frutto marcisca. Ci sono ancora risorse in-immaginate in te. Concediti l'aiuto che meriti. In attesa di un mondo in cui dialogare con la propria anima risulti naturale e spontaneo per la maggior parte di noi, possiamo fare qualcosa per aiutarci ad imparare. Infatti non si tratta, come ancora qualcuno equivoca, di andare a farci dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Al contrario il percorso psicoterapeutico (e/o psicoanalitico) è tale quando lavoriamo assieme al terapeuta (una persona psico-competente) per acquisire gli strumenti interiori che ci accompagneranno sempre (perché in noi) e ci permetteranno di proseguire al meglio e il più serenamente possibile, il percorso che ci è dato in questa nostra vita.

Roberto Pinetti

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